segunda-feira, julho 10, 2006

Che cosa muove tanta passione?

Bonito artigo do L'Unità

La festa di mezzomondo tricolore
Oreste Pivetta
Batte Grosso, di sinistro in alto a destra. La festa è finita, la festa comincia. Chiudono i mondiali e siamo «campioni del mondo», come l´altra volta, quando in tribuna sedeva Pertini. Questa volta sedeva Napolitano, compassato. Centoventi mi- nuti e i rigori. Boom, che botto. Boom, che esplosione in piazza, qualcosa che rimbalza dentro il cuore. L´emozione non si misura. A questo punto non dovrebbe finire mai o dovrebbe ricominciare da capo, visto come è andata. Quanti rigori sarebbe bello vedere e rivedere in fila, dal momento che il risultato è questo. Fino a tarda notte, mentre suonano i clacson e s´allungano i cortei.In piazza del Duomo la vittoria è plurima, multinazionale, globalizzante, multietnica, multiculturale: delle badanti moldave, dei pony express peruviani, dei venditori senegalesi, dei muratori maghrebini, delle colf filippine. Nella bolgia delle bandiere tricolori e delle trombette, non si chiedono i certificati dell´anagrafe e neppure i permessi di soggiorno. La neonata cingalese con la minimaglietta azzurra o le ragazzine scollacciate e l´ombelico in mostra vestite della festa con il chador tessuto di perline o il ragazzone nero avvolto dalla testa ai piedi di tricolore tifano Italia e sono l´Italia che verrà o l´Italia già fatta. Dagli universi della vita difficile e dura si ritrovano davanti a una maxischermo, che è poi un piccolo schermo (ma non esistono maxischermi in proporzione alla giornata?) sul quale giocatori e campo appaiono quadrettati e annebbiati, insieme con i ragazzi e le famiglie della periferia, in cerca più di tutto di una ragione d´orgoglio e di una identità, di una festa in ogni caso e di comunità. Una casa insieme, una "patria" se non mi suonasse sempre un po´ retorico. Un´appartenenza, in una città della fatica che non ti regala niente. Non sarà la conquista delle piazze e del centro che si raccontò tanti anni fa in occasione di un altro mondiale, quello di Spagna, vinto. Le piazze sono di tutti ormai, degradate, impoverite, ingrigite, basta uscire dalla Stazione Centrale, dove i giardinetti fioriti di lavanda sono diventati dormitori a cielo aperto e luoghi di merende. Sono gratis, gli unici posti dove non ti fanno pagare. Ieri il piazzale della stazione era deserto. Anche quelli dei giardinetti sono andati in piazza del Duomo.Molti hanno resistito per ore al caldo torrido, asfissiante, ai riflessi del pavimento di marmorino, molti si sono ritrovati di ora in ora nella folla sempre più spessa, cercando varchi, cercando vuoti attraverso i quali far la mira al piccolo maxischermo. Ovviamente si suona, si sparano fumi multicolori. Si beve: una infinità di birra e una infinità di acqua minerale. Anche in questo caso commercio ambulante che si improvvisa: secchioni di ghiaccio nei quali si raffreddano lattine e bottiglietti. Secondo la sveltezza e la flessibilità dell´improvvisazione e del bisogno.Ovviamente non è solo piazza del Duomo. I maxischermi sono anche a Lampugnano, all´Idroscalo, all´Arena... Centomila duecentomila gli spettatori, poi quelle delle macchine che hanno cominciato caroselli poco scaramantici fino dal mattino: finestrino abbassato e bandiera che sventola. La vittoria sulla Germania ha incoraggiato. A sperare c´erano anche i tedeschi: vincendo l´Italia, sarebbero stati moralmente i secondi. Ma il vero tifo è di Ahmed che mi grida in faccia «Fprza Italia», mi viene da ridere e ride anche lui. Tutti italiani.Centomila o duecentomila sono tanti per una partita di calcio, più quelli che sono rimasti a casa, più i tramvieri della metropolitana che la partita proprio non l´hanno vista. Che cosa muove tanta passione. Certo televisioni e giornali ce l´hanno messa tutta, a ingigantire l´evento, che è gigante per conto suo davanti alla miseria o addirittura alla tragedia dei tempi, mentre s´ascoltano le notizie dei morti di Bagdad. La passione di tanta gente in piazza si capisce anche con la voglia di un giorno di rivincita o di rimozione: tutti protagonisti prima di tornare alla pazienza di ogni giorno.La piazza è passione anche se si vede male. È un dramma quando Zidane fa il rigore per colpa di Materazzi. La palla che rimbalza sulla linea e non si capisce che fine davvero abbia fatto: dentro o fuori. Poi si legge il risultato: la Francia in vantaggio. È impazzire di trombe quando Materazzi pareggia per sè e per l´Italia. Si vedono ancora Zidane e la testata di Zidane, i colpi di Henry, la forza di Cannavaro, la rabbia di Gattuso. Totti che esce, Del Piero che gioca. Lo striscione sopra l´Arengario: «Vinciamo oggi, dimentichiamo Moggi». Sì, c´è anche lo scandalo alle spalle. Roba da farci ridere dietro o da infilarci tutti nel partito dei mafiosi. Zero a zero, ancora. Lo spettacolo lo dobbiamo soffrire tutto.Pirlo e gli altri, Wiltord e gli altri. Alla pari. Sofferenza pura. Materazzi, Trezeguet, viene da chiudere gli occhi. Trezeguet l´italiano, fuori. Grosso chiude. Finchè il sipario cala. La festa e la festa. L´importante è partecipare. Una volta tanto, per un pomeriggio, la festa è stata di mezzomondo in piazza, che ha pure vinto. Come diceva quel film, domani è un altro giorno. Si vedrà. Speriamo. Nessuno ci può togliere dalla testa che Berlino sia un augurio. Un giorno per illudersi. In piazza giunge ancora la voce di un commentatore televisivo: «È stata la vittoria della classe operaia». Illudiamoci.
Pubblicato il 10.07.06

domingo, julho 09, 2006

Coração torto




O meu nome não é brasileiro
e o desespero tão profundo
sequer transparece na face
A minha raça é estrangeira
e o que me comove pode ser
mais forte do que o que me move
Eu reverencio a estranheza


Alguma poesia minha está em

http://www.secrel.com.br/jpoesia/elorenzotti1.html












domingo, julho 02, 2006

Cortázar

"Carta ao Observer

Prezado senhor
Já terá algum de seus leitores assinalado a escassez de mariposas este ano? Nesta região, habitualmente prolífica, quase não as vi, com exceção de alguns enxames de borboletas. Desde março, apenas observei, até agora, um Cigeno, nenhuma Etérea, muito poucas Teclas, uma Quelônia, nenhum Olho de Pavão Real, nenhuma Catocala e nem sequer um Almirante Vermelho no meu jardim, que no ano passado esteve sempre cheio de mariposas.
Pertundo-me se esta escassez é geral e, em caso afirmativo, a que se deve isso.
M.Washbourn
Pitchcombe, Glos

De Jogo da Amarelinha.

Ruídos


Fico louca com barulho. O do caminhão de gás, o do vendedor de pamonha de Piracicaba, de morango de Atibaia, todos com seus caminhoes caindo aos pedaços, mas o alto-falante é mil! Andar no parque, então, também não dá mais. Aos domingos vai no parque em frente à MTV um sujeito que estuda sax! Ele vai treinar lá! Certo que ele fica bem nas janelas do prédio da Opus Dei,- e eles merecem esse flagelo, além dos chicotinho que usam- mas eu não mereço!

sábado, junho 10, 2006

Poesia no fim de semana

Orides Fontela, poeta paulista, falecida há alguns anos, na miséria. Um dia vi a noticia- “poeta despejada”. Combina com ela o verso de Maiacóvski abaixo. Bibliotecária de escola estadual, solitária, agora que foi publicada sua obra completa saiu uma matéria na TV Cultura, uma entrevista com ela, num apê no Minhocão.
Dizia: "O trabalho não deu certo, o amor não deu certo..." Mas a poesia sim, grande poeta.
Escolhi três poemas de Orides do livro Trevo, Editora Claro Enigma.

Iniciação

Orides Fontela

Se vens a uma terra estranha
Curva-te
Se este lugar é esquisito
Curva-te
Se o dia é todo estranheza
Submete-te
-és infinitamente mais estranho

Meio-Dia

Orides Fontela

Ao meio-dia a vida
é impossível
A luz destrói os segredos:
A luz é crua contra os olhos
Ácida para o espírito.

A luz é demais para os homens.
(Porém como o saberias
quando vieste à luz
de ti mesmo?)
Meio-dia!Meio-dia!
A vida é lúcida e impossível.

Torres

Orides Fontela

Construir torres abstratas
porém a luta é real. Sobre a luta
Nossa visão se constrói.O real
Nos doerá para sempre

segunda-feira, junho 05, 2006

Maiakovski

"Os versos para mim não deram rublos
nem mobílias de madeiras caras.
Uma camisa lavada e clara, e basta-
para mim é tudo"

quinta-feira, junho 01, 2006

Viveremos!

Sueli Carneiro
Doutora em educação pela Universidade de São Paulo (USP) e diretora do Geledés — Instituto da Mulher Negra
“A mulher que cuida das crianças pede ao menino de cinco anos que explique o que acontece. Ele diz: ‘A polícia entrou aqui, mandou todas as crianças encostarem na parede desse jeito e falou que levaria todos nós para a Febem se a gente não contasse onde estavam escondidas armas e drogas’. O garoto se juntou à menininha, mãos na parede. Mais sete crianças repetiram o ato.” (Folha de S.Paulo, 21/5/06)

A reportagem da qual retirei essa epígrafe estende-se na descrição das incursões policiais na favela dos Pilões (zona sul de São Paulo). Numa das visitas, três mortos: jovens com menos de 30 anos, todos trabalhadores, um deles epiléptico. O patrão de dois deles custeou os funerais e ofertou aos corpos urnas de madeira nobre talvez num gesto simbólico de resgate da dignidade daqueles jovens e expressão da consciência da injustiça cometida. É apenas um dos casos das dezenas que estão vindo a público pela pressão de órgãos de imprensa, do Ministério Público Estadual de São Paulo e do Cremesp (Conselho Regional de Medicina de São Paulo), pela divulgação da relação e acesso aos laudos periciais dos suspeitos mortos pela polícia em represália ao assassinato de policias civis e militares e agentes penitenciários nos ataques perpetrados pelo PCC. Previsível, mas sempre chocante.
Os líderes das associações de policiais civis e militares foram unânimes em responsabilizar as autoridades públicas pelos atos daquela organização criminosa e sobretudo pela morte dos policias e agentes penitenciários insuficientemente equipados para exercerem a função de proteger os cidadãos e defender a própria vida. E, sobretudo, por não estarem informados, segundo alguns relataram, das ameaças que pesavam sobre a vida deles. Sentiram-se traídos.Para o governador de São Paulo, a culpa é da elite brasileira, segundo ele “uma minoria branca muito perversa”. Quem somos nós para discordar de quem conhece, como ninguém, a natureza profunda dos seus. De minha parte entendo que todos estão certos em sua avaliação. Tanto os líderes das associações de policiais quanto o governador. No entanto, nem as autoridades responsáveis pela segurança pública ou pelo sistema prisional, nem a elite perversa são o alvo da represália dos policiais ou do governador. A ira de ambos se abate sobre os de sempre, da parte dos policiais por ação e do governador por omissão ou conivência diante da matança indiscriminada dos que são alvo (embora majoritariamente negros) da perversidade da tal minoria branca. Em 16 de maio, informava-se que, no IML do bairro de Pinheiros em São Paulo, havia fotografia de 15 corpos. A maioria era de jovens, negros e apresentava buracos de bala na cabeça. Desde então os números não pararam de aumentar. Não quero, como sempre, chorar mais esses mortos em praça pública. Clamar contra esse genocídio como tantas vezes já o fiz aqui. Talvez porque, dessa vez, as coisas foram tão longe, atingiram um ponto insustentável, em que é preciso conter a consciência, em sua capacidade de vislumbrar e analisar o horror em toda a sua plenitude, para não desistir. É preciso esquecer por instantes os números de vítimas chacinadas e celebrar a vida e a luta pela emancipação que se trava a cada dia que tanto faz recrudescer a violência e o ódio racial quanto aumenta em cada um de nós a consciência do porquê morremos. É preciso ir ao encontro da vida para buscar forças para resistir. Vou para as ruas, o palco dos sacrifícios e redenções. Respiro o ar poluído desta São Paulo estranha, admiro a paisagem cinzenta deste outono invernal. Nas voltas por alguns quarteirões, vejo crianças negras como as encontradas na favela dos Pilões: meninas de “olhos negros, grandes e redondos penteado maria-chiquinha.” Mas elas estão voltando da escola, mochilas pesadas às costas, trancinhas balançantes. Tagarelam alegremente. Uma alegria que sopra em minha mente um eco que diz: “Viveremos!” Atravesso uma praça e um grupo de adolescentes negros joga carteado. Minha mente viciada na paranóia da violência não deixa de imaginar: se passar um carro de polícia por aqui agora, eles estarão em apuros e pode até acontecer o pior. Parece que jogavam buraco e uma dupla vence festejando com alegre algazarra. Rejeito a armadilha da mente paranóica e deixo a algazarra alegre penetrar dentro de mim e ela também me anuncia: “Viveremos!” Qualquer um de nós pode ser a próxima vítima, mas neste momento ainda estamos aqui, vivos, em testemunho de resistência, contrariando as estatísticas, os prognósticos e os desejos da minoria citada pelo governador ou de seus braços armados, os exterminadores do futuro. Mas, em cada um desses rostos negros que encontro em minha caminhada, pulsa uma esperança de vida que desafia a violência do racismo. Viveremos! Os intelectuais racistas do final do século 19 e começo do 20 estimavam que em torno de 2015 o Brasil estaria livre da “mancha negra”. Sobrevivemos à escravidão, temos sobrevivido à exclusão, sobreviveremos aos periódicosgenocídios. Somos “uma petralhada inextingüível” como disse, em desespero, Monteiro Lobato. Viveremos!